29 ottobre 2015

Riportiamo la Gioconda in Valdarno

A cura della Dott.ssa Chiara Maisto
77 X 53 sono le dimensioni della tavola di pioppo su cui posa l’enigmatico sorriso della Gioconda, la quale, ahimè, sembra essere ancora “spaesata”. Da alcune settimane, infatti, si protrae un caldo dibattito circa l’origine del paesaggio retrostante la figura della Monna Lisa.




L’ultima tesi degli studiosi prevede che il ponte raffigurato sia quello del borgo di Bobbio (in provincia di Piacenza), per via di un “arco nascosto”, dietro la spalla sinistra della Gioconda (visibile unicamente tramite riflettografia). Tale arcata non sarebbe del tutto visibile, considerando l’angolo di prospettiva di chi ritrae, coincidente con la finestra del piano più alto del Castello di Malaspina- Dal Verme (un edificio che si pone in assetto rialzato rispetto al borgo di Bobbio). C’è da chiedersi, allora, perché una mente minuziosa, come quella di Leonardo, avrebbe mancato la descrizione del borgo medievale, all’epoca già presente. Nel Trattato della Pittura, al punto 81 parte seconda, lo stesso Leonardo precisa: “Fa che quando ritrai, o che tu muovi alcun principio di linea, che tu guardi per tutto il corpo che tu ritrai qualunque cosa si scontra per la dirittura della principiata linea”. Ciò vuol dire che se il borgo fosse stato visibile agli occhi di Leonardo, si sarebbe “scontrato” certamente con la linea del ponte che unisce le due sponde. In altre parole, ritenendo il ponte una linea retta immaginaria, tale retta avrebbe, prima o poi, intersecato il punto (il borgo), stante sulla sponda del fiume; quindi, Bobbio sarebbe stata effigiata, in virtù dell’assunto sopra citato. Se, per di più, dovessimo accettare l’ipotesi bobbiese, varrebbe, alla stessa stregua, quella secondo cui il punto prospettico sarebbe conforme al Castello di Quarata (oggi scomparso): posto più in alto, certamente, avrebbe offerto allo spettatore, una visione parziale delle arcate di ponte a Buriano, che, visto in sezione frontale, avrebbe mostrato solo cinque archi principali.


La raffigurazione di questi elementi di ponte a Buriano è contemplata nel concetto esplicato da Leonardo, al punto 86 del Trattato della Pittura, in base al quale la figura di ciò che si vede dall’alto, deve essere descritta come se fosse sullo stesso piano di chi la osserva -e quindi ritrae- al pari dei suoi occhi, altrimenti si rischierebbe di deformare la realtà (“ Colui che ritrae di rilievo, si deve acconciare in modo tale, che l'occhio della figura ritratta sia al pari dell'occhio di quello che ritrae; e questo si farà ad una testa, la quale tu avessi a ritrarre di naturale, perché universalmente le figure ovvero persone che scontri per le strade hanno gli occhi all'altezza de' tuoi, e se tu li facessi o più alti o più bassi, verresti a dissimigliare il tuo ritratto ”). Vorrei, pertanto, rammentare che Ponte a Buriano consta di sette componenti ad arco, di cui due (quelli iniziali, venendo da Quarata) sono pressoché “nascosti” o “poco visibili”, per via della sponda del fiume, di natura più rialzata rispetto al letto dell’Arno. Detto ciò, le arcate principali rimangono cinque e, al pari degli occhi (in ossequio alle parole di Leonardo), vengono riportate su tela. Inoltre, i sostenitori dell’origine bobbiese avanzano che, oltre che per fini artistici, il ponte sarebbe stato posto un po' all’indietro nel quadro, per farlo entrare nella sua interezza. Se è vero questo, a maggior ragione, credo che siano state omesse, volutamente, in virtù dell’assunto che “si ritrae ciò che è al pari dell’occhio”, due delle sette arcate appartenenti a ponte a Buriano: quelle in direzione di Quarata. A corroborare questa ipotesi: è necessario pensare che, se la prospettiva di Leonardo fosse stata quella del castello di Quarata, il maestro non avrebbe potuto certamente osservare tutti gli archi e, di conseguenza, inserirli nel ritratto. Quindi, avrebbe delineato, come se le vedesse dinanzi a sé, le cinque arcate del ponte aretino. Insomma, il fatto di aggiudicare, al quinto arco, la chiave di interpretazione di un intero paesaggio, e di renderlo compatibile con il prospetto originale del ponte di Bobbio- che presenta cinque archi- mi sembra un’esagerata forzatura. Ancora, lo sfondo è quello della riserva naturale di Ponte a Buriano, laddove il tratto dell'Arno accoglie le acque provenienti dalla Val di Chiana, creando un invaso nel lago di Penna: si noti il letto del fiume che sfocia nell’ampio specchio d’acqua retrostante la Monna Lisa. Numerosi i meandri (sia a destra che a sinistra della donna), che portano al bacino acquitrinoso, dalle melmose sembianze, e che, più in là, sembra avere ampio spazio per creare un lago vero e proprio. E’ vero, il paesaggio bobbiese è pressoché simile, ma non comprendo l’ostinazione di individuare, nell’ambiente del piacentino, dieci punti tramite i quali si possa fondare la genesi del ritratto. Potrei annoverare altrettanti -e molti altri elementi, in grado di confermare l’origine toscana della natura ritratta, basandosi sempre, sui principi espressi nel Trattato della Pittura (di cui gli studiosi fan menzione per dare validità alla tesi del borgo di Bobbio). Infine, ritengo che si possano esporre molteplici ragioni, al fine di attribuire la paternità dello sfondo leonardesco ad uno specifico territorio, sia esso romagnolo o toscano. Qualsiasi rilevamento su campo o studio scientifico potrebbe essere facilmente condizionato dall’ipotesi di partenza, pur di avvalorare la propria convinzione e di condurla a tesi universale. C’è un elemento, tuttavia, che non può non essere considerato: i cartigli di Leonardo, conservati presso la Royal Library di Windsor, che testimoniano lo studio del bacino idrico della Val di Chiana, con palese riferimento a ponte a Buriano (si noti che il numero degli archi del ponte passa in secondo piano). La lettura “alla fonte” di questi documenti rileva una conoscenza geografica approfondita del territorio, tanto da rendere inessenziale ogni dubbio circa la matrice aretina dello sfondo della Monna Lisa. Se così non fosse, sarebbe preferibile ammettere che l’opera sia il risultato della mera immaginazione.